"Quando mi siedo
sulla veranda
e chiudo gli occhi,
il vento e i raggi del sole
mi sussurrano:
“Come stai?
Perché non fai quattro passi
in giardino?”
“Avanti!”
rispondo io
tra me e me,
e oplà!
mi alzo."
"Mentre inseguivo mia madre
con in mano una girandola,
il vento era gentile
e il sole caldo."
"Il vento mi chiama
e con voce carezzevole
sussurra nelle mie orecchie:
“Fra poco
non è forse ora
di andare in quel mondo?”
Allora io
di getto rispondo:
“Rimango qui
ancora un po’,
perché ci sono cose
che vorrei ancora fare”,
e il vento,
rassegnato,
in silenzio se ne va."
"Senza sosta
gocciolano
le lacrime che cadono dal rubinetto.
Per quanto si soffra
o si sia tristi
non bisogna
continuare ad angustiarsi.
Con decisione
apro il rubinetto
e di getto faccio scorrere
le lacrime.
Avanti! In una tazza nuova
berrò il mio caffè!"
"Solo in seguito
mi accorgo
quanto
le mie parole
feriscano involontariamente
le persone.
E allora
di corsa
mi addentro nel cuore
di queste persone,
e mentre
chiedo scusa,
con la gomma da cancellare
e con la matita
emendo le mie parole."
"Divinità,
perché non avete dato loro
il coraggio di vivere?
Con la vostra forza
mettete in ginocchio
i fomentatori della guerra
e i molestatori!"
"Avanti, alzati!
E afferra qualcosa
per non avere rimpianti!"
"Ecco la prova che un nuovo anno è iniziato:
la canzone che sento canticchiare alle mie spalle
è quella che io tanto tempo fa
gli cantavo."
"Quando mi assale la tristezza
raccolgo con le mani
i raggi del sole che penetrano
dalle fessure della porta
e provo a passarli
più volte sul viso.
Il loro tepore
è il tepore di mia madre.
Mamma,
non mi arrendo!
Mentre così sussurro
mi alzo."
"Ho lasciato entrare
il vento che batteva
alla porta a vetri,
poi sono arrivati
anche i raggi del sole,
e abbiamo iniziato a parlare in tre.
“Vecchietta,
non ti senti sola?”
mi chiedono il vento e i raggi del sole.
Rispondo loro che in fondo al proprio cuore
gli esseri umani sono sempre soli.
Che bello vivere spensierati
e senza imposizioni!
Insieme abbiamo riso
nelle prime ore del pomeriggio."
"Ehi, non sospirare
rammaricandoti per la tua sfortuna!
I raggi del sole e la brezza
sono imparziali,
e si può ugualmente
sognare."
"“Signora Shibata,
a cosa pensa?”
mi sono sentita in difficoltà
quando la badante
mi ha fatto questa domanda.
Perché pensavo
che il mondo di oggi
fosse sbagliato,
e che dovessi
correggerlo io.
Però alla fine ho tirato un sospiro
e mi sono limitata a ridere."
"Quando qualcuno
mi ha fatto una gentilezza,
io l’ho depositata nel mio cuore.
Nei momenti tristi
l’ho tirata fuori
e ho riacquistato il buon umore.
Anche tu, d’ora in poi,
metti da parte le gentilezze
e abbine cura
ancor più dei soldi della pensione!"
"Più che inseguire
e tormentare
chi si è amato,
è importante
avere il coraggio di dimenticare.
In futuro
lo capirai bene.
Ci sono persone
che si preoccupano di te,
ma tu
non te ne accorgi."
"Quando sono triste
guardo il cielo:
nuvole che hanno l’aspetto di una famiglia,
nuvole simili alla cartina del Giappone.
Ci sono anche nuvole
che si divertono a inseguirsi.
Ma dove andranno tutte quante?
Al tramonto, le nuvole tinte di rosso,
di notte, le stelle del firmamento.
Anche tu
devi trovare il tempo
di alzare lo sguardo al cielo!"
"Sono diciotto anni
che vivo bene da sola!"
"Da quando ho deciso
di vivere da sola
sono diventata una donna forte.
Molte persone
mi hanno però dato una mano
e ho capito che bisogna avere anche il coraggio
di chiedere aiuto e mettere da parte l’orgoglio.
(Io sono infelice...)
Tu tiri un sospiro profondo:
la mattina di certo
arriva tutti i giorni.
E anche il sole del mattino
tornerà a risplendere!"
"Al mondo
ci sono molti casi
ancora irrisolti.
Se l’ispettore Colombo
e l’ispettore Furuhata Ninzaburú
collaborassero tra di loro,
acciufferebbero di certo
i colpevoli.
Se avessero solo due ore!"
"In piena notte mi infilo sotto il kotatsu
e inizio a scrivere una poesia.
In realtà
scoppio in lacrime
dopo aver tracciato un solo verso.
Da qualche parte
un grillo sta cantando.
“Non gioco con chi piange”,
mi dice cantando il grillo Cri Cri.
“Vieni anche domani!
Domani ti aspetterò
con il sorriso sulle labbra”
gli rispondo."
"Più volte
ho pensato
di voler morire,
ma poi ho iniziato a scrivere poesie
e molte persone mi hanno incoraggiata
cosicché ormai
non mi lamento più.
Si può amare
anche a novantotto anni!
Vorrei anche sognare!
E salire sulle nuvole!"
Toyo Shibata
Note biografiche a cura di Elena Giappone
Facebook: https://www.facebook.com/elenagiappone
Prima poesia a 92 anni. Primo libro a 98. Oltre 1,5 milioni di copie vendute. Il conto non torna, finché non sai da dove veniva.Si chiamava Toyo Shibata, ed era nata in Giappone nel 1911. Aveva avuto una vita lunga e comune, fatta di stagioni normali, di lavoro, di cose attraversate. Una delle sue gioie, da anziana, era la danza classica giapponese. Poi il mal di schiena le impedì di continuare. Un pomeriggio, suo figlio Kenichi le propose qualcosa di diverso: perché non provi a scrivere delle poesie?Aveva 92 anni. Non aveva mai scritto un verso in vita sua. E cominciò.Scriveva al mattino, seduta, su semplici quaderni. Senza un piano, senza nessuna carriera da rincorrere. Aveva soltanto cose da dire, e finalmente un modo per dirle. Le parole che sceglieva erano quelle di tutti i giorni: la solitudine, l'età, le piccole gioie, il coraggio di andare avanti. Niente di complicato, niente di letterario. Poesie corte, dirette, scritte come si parla a qualcuno che è stanco e ha bisogno di sentirsi dire che vale ancora la pena.A 98 anni raccolse le prime in un libro, pagato di tasca sua, e lo intitolò "Kujikenaide", che in giapponese vuol dire "Non perderti d'animo".Successe qualcosa che nessuno aveva previsto. Quel libretto di una signora di quasi cento anni vendette oltre 1,5 milioni di copie, in un Paese dove vendere diecimila copie è già considerato un successo. Le sue poesie passavano di mano in mano tra persone sole, anziane, stanche, che in quei versi trovavano qualcosa che le teneva in piedi. Una voce che diceva piano: forza, non arrenderti, anche per te il vento può tornare a soffiare...Toyo continuò a scrivere quasi fino alla fine. Morì a 101 anni.Com'è possibile? Come fa un libro scritto senza tecnica, senza scuola, senza esperienza, a consolare un milione e mezzo di persone?La risposta è che la tecnica non era il punto. Il punto era ciò che Toyo aveva dentro: una vita intera di dolore già attraversato, di perdite già sopportate, di solitudine già conosciuta. Tutto quello che aveva vissuto, e che a un certo punto sembrava non servire più a nulla, era diventato esattamente la cosa di cui altri avevano bisogno. Il suo dolore si era fatto consolazione. Non nonostante gli anni, ma grazie a loro...C'è una frase che ci diciamo con tanta naturalezza da non accorgerci quasi più di dirla: ormai è tardi.Tardi per ricominciare. Tardi per imparare qualcosa. Tardi per provarci. Ci convinciamo che certe porte, passata una certa soglia, siano semplicemente chiuse, e nemmeno ci avviciniamo a controllare se è vero. Lo facciamo così in silenzio, così in fretta, che a volte la porta la chiudiamo noi stessi prima che qualcuno ce lo chieda.Toyo Shibata aveva 92 anni e non aveva mai scritto un verso. La sua storia non dice che tutti possono diventare famosi, e non lo dice nemmeno che basta volerlo. Dice una cosa più piccola e più vera: che non esiste un'età oltre la quale è vietato cominciare. Che la penna, lo strumento, la prima riga restano lì anche adesso, e aspettano soltanto che qualcuno decida di prenderli in mano.Non per forza per pubblicare un libro. Forse per tornare a dipingere, o per studiare una lingua, o per scrivere cose vere invece di mandarle solo nella testa. Non è il risultato il punto. È non chiudere da soli una porta che nessuno, a parte noi, aveva sbarrato.E poi c'è l'altra cosa, quella che pesa ancora di più.Toyo non aveva potere sul fatto che la danza le fosse stata tolta. Non aveva scelto di fermarsi: la vita l'aveva fermata. Eppure da quel fermo era arrivato qualcosa che nessun anno di danza avrebbe potuto dare. Tutto ciò che aveva attraversato, le fatiche, le perdite, la lunga stanchezza degli anni, non era stato tempo sprecato: era diventato il materiale esatto con cui tenere in piedi gli altri.Ci sono cose che viviamo e che al momento sembrano solo peso. Anni difficili, stagioni che non avevamo scelto, sofferenze che non avevano nemmeno chiesto il permesso di arrivare. A guardare indietro, sembra solo zavorra... Ma Toyo Shibata ha scritto un libro su questo, senza saperlo: che niente di ciò che hai attraversato è andato perso. Che il dolore vissuto può diventare la cosa più precisa che hai da dare. La consolazione non la porta chi non ha mai sofferto: la porta chi ha già attraversato qualcosa e sa starci dentro.Anch'io, ogni tanto, quella frase me la dico. Ormai è tardi: per fare questa cosa, per riprendere quell'altra, per smettere di rimandare. La dico piano, quasi senza accorgermene, come si chiude una finestra quando fa freddo. E la storia di una signora di 92 anni che prende in mano un quaderno per la prima volta me la fa riaprire, quella finestra. Lentamente. Non per forza per fare qualcosa di grande. Ma perché quella frase, "ormai è tardi", l'ha scritta io, non il tempo...Non sei in ritardo per cominciare. E tutto ciò che hai attraversato, la fatica, il dolore, gli anni che sembravano solo passare, non è stato sprecato. È il materiale con cui, quando è il momento, terrai per mano qualcuno che sta cadendo. Toyo Shibata ne ha fatto un libro. Tu lo farai in un altro modo. Ma è lì, dentro di te, già pronto...

