Nel corso della mia vita ho in effetti scoperto che fra me e gli altri esiste un pauroso abisso. E ho compreso che la miglior linea di condotta è di restare in silenzio e tenere per me il più possibile i miei pensieri.
Sentii che tutta l’umanità mi aveva respinto, e cercai rifugio fra le cose inanimate, conscio della relazione esistente fra me e il pulsare della natura, tra me e la profonda notte che era discesa sul mio spirito
I radi alberi, con i loro rami sinistri e contorti, sembravano prendersi per mano nell’oscurità, quasi temessero di scivolare e cadere al suolo
Mi pareva di essere sempre stato saturo dell’odore di morte, e di aver dormito tutta la mia vita in una bara nera, mentre un vecchio curvo, di cui non potevo vedere il volto, mi trasportava attraverso la nebbia e le ombre erranti.
Mi ero considerato finora la creatura più disgraziata fra tutte; adesso compresi, in un attimo, che su quelle colline, nelle case in pesanti mattoni crudi di quella città in rovina, erano vissuti una volta uomini le cui ossa erano marcite da tempo e le cui cellule forse vivevano ora un’altra vita in mezzo ai fiori azzurri dei convolvoli; e che fra questi uomini uno, un pittore sfortunato, un pittore maledetto, forse uno sciagurato decoratore di coperchi di portapenne, era stato disgraziato quanto me. E capii anche che la sua vita era bruciata, fusa e dissolta nelle profondità di due grandi occhi neri, allo stesso modo che la mia. Questo pensiero bastò a consolarmi.
Dal profondo del cuore desiderai arrendermi all’incanto dell’oblio. Se almeno presto fosse stato raggiungibile e fosse durato per sempre, se i miei occhi chiudendosi avessero potuto trascendere con leggerezza il sonno e dissolversi nel non essere e io avessi perso conoscenza della mia esistenza per tutto il tempo a venire, se fosse stato possibile che il mio essere si dissolvesse in una goccia d’inchiostro, in una battuta di musica, in un raggio di luce colorata, e che poi queste onde e queste forme crescessero e crescessero a una dimensione infinita, così da rarefarsi alla fine e scomparire... allora avrei appagata la mia brama.
Era il bisogno di scrivere che sentivo come una sorta di obbligo. Speravo in questo modo di scacciare il demone che da molto tempo mi straziava le viscere, affidando alla carta gli orrori della mia mente.
Ho sempre ritenuto che, nella vita, la miglior linea di condotta per un uomo sia il silenzio;
Spero solo di riuscire a registrare, prima di andarmene, i tormenti che mi hanno lentamente distrutto, come la lebbra o un cancro, qui, nella mia piccola stanza. È questo per me il modo migliore di porre ordine e regola nei miei pensieri.
Per di più, qual è sulla faccia della terra la cosa che possa avere per me il minimo valore? Ciò che è stata la mia vita l’ho dato via, ho permesso, ho voluto, che se ne andasse. E una volta che me ne sia andato, che m’importa del resto? Per me fa lo stesso che qualcuno legga i fogli di carta da me lasciati o che essi siano ignorati per sempre.
Oh! Quante storie d’infanzia, d’amore, di coito, di matrimonio e di morte già esistono, nessuna delle quali è vera! Sono stufo di belle novelle e di stile brillante!
Anche ora, in questo stesso istante, dubito che esistano cose solide e tangibili, dubito che esistano verità chiare e manifeste. Se dovessi battere il pugno contro il mortaio di pietra che sta nell’angolo del nostro cortile e dovessi chiedergli: “Sei solido e reale?” e il mortaio rispondesse: “Sì”, non so se accetterei o no questa affermazione.
la mia vita ha conosciuto sempre una sola stagione e un solo modo di essere. È come se si fosse svolta tutta in una zona glaciale e in una infinita oscurità, mentre un fuoco interno mi consumava come la fiamma consuma la candela.
La mia stanza, come tutte le stanze, è costruita in mattoni crudi e cotti, e sorge sulle rovine di migliaia di antiche case; ha le pareti imbiancate, con un fregio inscritto che corre tutt’intorno. Somiglia esattamente a una tomba.
nella mia circoscritta esistenza quello specchio è qualcosa più importante del mondo della marmaglia, che non ha nulla a che fare con me.
da allora in poi io non fui altro che un intruso, una bocca di più da nutrire
Forse ella aveva spremuto la propria vita come un grappolo d’uva e dava ora a me il vino che ne era uscito, lo stesso veleno che aveva ucciso mio padre. Ora comprendo quanto prezioso fosse il suo dono.
Desideravo che un terremoto, una paurosa tempesta o un fulmine del cielo, potesse far sparire tutta l’umanità – la marmaglia che respirava, ribolliva e si godeva la vita di là dalla mia camera – e che potessimo rimanere soltanto lei e io.
Dietro le mie spalle, attorno a me, udivo la gente sussurrare: “Come può quella povera donna sopportare un marito pazzo?”. E avevano ragione, tuttavia, perché la mia umiliazione aveva oltrepassato ogni limite concepibile.
Avevo visto l’ombra della morte davanti ai miei occhi, avevo visto che dovevo andarmene.
Un racconto è soltanto uno sfogo di aspirazioni frustrate, di velleità che il narratore nutre nel limitato ambito della sua fantasia, ereditata dalle generazioni precedenti.
Era l’ora che immediatamente precede l’alba, il momento in cui, come i malati ben sanno, la vita si ritira lontano dai confini del mondo
Una sensazione da molto tempo presente in me era quella di decompormi lentamente, mentre ero ancora in vita. Il mio cuore era sempre stato in disaccordo non solo col mio corpo, ma anche con la mia anima, e non vi era fra di loro possibilità alcuna di intesa. Da sempre attraversavo uno stato di decomposizione e di annullamento graduale. A volte concepivo pensieri che io stesso giudicavo inconcepibili, altre volte provavo una sensazione di commiserazione di cui la ragione mi rimproverava. Spesso, quando parlavo o trattavo un affare con qualcuno, prendevo parte alla conversazione, ma in realtà i miei sensi erano altrove e i pensieri rivolti a qualcosa di completamente diverso; per la qual ragione, nel mio intimo, mi biasimavo. Ero un’unità che si sgretolava, si decomponeva. Mi pareva d’esser sempre stato così e che sempre tale sarei stato: una strana mistione di elementi incompatibili...
mentre sentivo di essere lontanissimo da tutta la gente che vedevo, e in mezzo alla quale vivevo, pure ero legato a essa da una somiglianza esteriore, che era insieme remota e intima.
Quando le mie condizioni migliorarono, decisi di andarmene, di andare in qualche posto dove non mi ritrovassero più, come un cane rognoso che sa di essere destinato a morire, o come gli uccelli che si nascondono quando avvertono che la loro ora è venuta.
Ognuno di essi consisteva soltanto di una bocca da cui pendeva un viluppo di visceri, il tutto terminante in un apparato genitale.
Con mille bocche, il sole succhiava dal mio corpo ogni goccia di sudore. Le piante del deserto, sotto il grande sole ardente, si tingevano del giallo della curcuma. Il sole, come un occhio febbrile, versava dalle profondità del cielo i suoi raggi infuocati sul paesaggio silenzioso, immoto. La terra e le piante emanavano un odore caratteristico che mi ricordava certi momenti della mia fanciullezza. Non solo questo odore evocava azioni e parole di quel periodo della mia vita, ma per un momento mi parve che il tempo fosse tornato indietro, e che tutto ciò fosse un ricordo soltanto del giorno prima.
M’avvidi che ora il mio cuore era vuoto, e che il profumo delle piante aveva perduto la magia che aveva avuto in quei giorni. I cipressi erano divenuti più radi, le colline più aride. Quello che allora ero stato non esisteva già più. Se fossi riuscito a evocarlo e a parlargli, non mi avrebbe ascoltato e, se mi avesse ascoltato, non avrebbe capito ciò che dicevo. Avrebbe avuto il volto di una persona che un tempo avessi conosciuto, ma senza essere più parte di me.
Il mondo mi pareva una casa vuota e abbandonata; il mio cuore era pieno di trepidazione, come se ora fossi obbligato ad andare scalzo e a esplorare ogni ambiente di quella casa:
Il mormorio dell’acqua raggiungeva le mie orecchie come le sillabe staccate e incomprensibili che si pronunciano in sogno.
dovunque mi fermassi, la mia ombra proiettata dalla luna cadeva lunga e nera sulle pareti, ma non aveva testa. Avevo sentito dire dalla gente che un’ombra senza testa proiettata su una parete è segno di morte entro l’anno.
Con le gambe raccolte, gli occhi chiusi, seguii il corso dei miei pensieri, i fili tessuti da un destino oscuro e triste, terribile ma delizioso; mi muovevo nelle regioni in cui la vita e la morte si fondono, si formano immagini perverse, e desideri antichi, estinti, vaghi, compressi, tornano alla vita e gridano forte vendetta.
Mormorai più volte: “Morte, morte... dove sei?”. Il pensiero della morte mi placò e mi addormentai.
non so perché ogni attività, ogni felicità concernente altre persone, mi provocava la nausea. Sapevo bene che la mia vita era al termine e che stava lentamente, dolorosamente spegnendosi. Quale ragione al mondo avevo di preoccuparmi della vita degli sciocchi, di quella marmaglia che stava in buona salute, mangiava bene, dormiva bene e bene copulava, senza aver mai provato una briciola delle mie sofferenze, senza aver mai sentito le ali della morte frusciare ogni minuto accanto al viso?
Quantunque Nané fosse esternamente mutata, le sue idee restavano quelle che erano sempre state. La sola differenza era che essa manifestava un maggior amore per la vita e pareva aver paura della morte; mi ricordava le mosche che si rifugiavano al coperto all’inizio dell’autunno.
mi pareva che il trascorrere del tempo fosse divenuto migliaia di volte più rapido per me che per gli altri, e che le alterazioni da me quotidianamente osservate in me stesso in altri avrebbero richiesto anni; mentre la soddisfazione che avrei dovuto ottenere dalla vita al contrario tendeva a zero, e forse scendeva anche sotto zero. Ci sono persone la cui agonia comincia a vent’anni, mentre molte muoiono soltanto alla fine, in modo pacifico, come una lampada in cui tutto l’olio si sia consumato.
Pochi giorni prima mi aveva portato un libro di preghiere coperto da un centimetro di polvere. Io non sapevo che farmene, non soltanto di quel libro di preghiere, ma di ogni sorta di libro o scritto che esprimesse le opinioni della marmaglia. Che bisogno avevo io delle loro sciocchezze e delle loro bugie?
Trovavo più piacevole parlare con un amico o con un conoscente che con Dio, l’Altissimo, l’Onnipossente. Dio era troppo per me.
Tutto ciò che mi interessava sapere era se sarei vissuto fino al mattino oppure no. Di fronte alla morte, sentivo che religione, fede, credenze erano deboli, infantili concetti dei quali il meglio che si poteva dire era che fornivano una specie di ricreazione alle persone felici e in buona salute. Di fronte alla paurosa realtà della morte e della mia disperata condizione, tutto ciò che mi era stato inculcato in merito al Giorno del giudizio, ai premi e alle pene di una vita futura, mi pareva una insipida frode; e le preghiere che mi erano state insegnate erano completamente inefficaci di fronte al timore della morte.
Chi non ha conosciuto di persona l’angoscia, non mi comprenderà se dirò che il mio attaccamento alla vita era divenuto così prepotente, che il più piccolo istante di benessere compensava lunghe ore di ansia e di sofferenze.
Pensai fra me e me: “Se è vero che ognuno di noi ha la sua stella in cielo, la mia dev’essere lontana, scura, e senza valore. Forse io non ho mai avuto una stella”.
La terra e ogni cosa sulla terra si erano ritirate infinitamente lontane da me. Desideravo vagamente un terremoto o un fulmine dal cielo che mi avrebbero consentito di rinascere in un mondo di luce e di pace.
Quando alla fine tornai a letto, mormorai a me stesso: “Morte... morte...”.
Ero come le mosche che si affollano nelle case all’inizio dell’autunno, mosche esili, esanimi, che hanno paura perfino del ronzio delle proprie ali.
Mi procurò tuttavia una certa soddisfazione il pensiero che, almeno per pochi secondi, gli uomini della marmaglia soffrissero, sia pur di sfuggita e in modo superficiale, qualcosa di simile a quello che io stesso soffrivo.
La notte, la stanza pareva restringersi e contrarsi attorno al mio corpo. Non può darsi che i morti abbiano nella tomba una sensazione simile?
Il morire è già fatto pauroso in se stesso, ma la coscienza di essere morti sarebbe assai più terribile.
La sola cosa che temevo era che gli atomi del mio corpo si mescolassero in seguito con gli atomi dei corpi della marmaglia.
Sentivo che questo mondo non era stato fatto per me, ma per una tribù di stupidi svergognati, mendicanti, buffoni, mercanti della propria coscienza, lo sguardo e il cuore insaziabili; davvero un mondo per gente che era stata creata per esso, e che si inchinava e strisciava davanti ai potenti della terra e del cielo, come il cane del macellaio che davanti alla bottega agita la coda nella speranza di ricevere un pezzo di carne di scarto.
Mi ritirerei in qualche angolo dove la luce del sole non colpisse mai i miei occhi e le parole degli uomini, il rumore della vita, non ferissero mai le mie orecchie.
Solo la morte non mente.
Noi siamo figli della morte, ed è la morte che ci riscatta dagli inganni della vita.
Per tutta la durata della nostra vita la morte non fa che chiamarci. Non è accaduto a tutti di sprofondare di colpo, senza ragione, nei pensieri, e di rimanervi immersi tanto a fondo da perdere la coscienza del tempo, dello spazio e persino dell’oggetto di quei pensieri? In tali circostanze bisogna poi fare uno sforzo per percepire e riconoscere ancora la nostra condizione, il nostro mondo apparente. Quella è la voce della morte.
La vita, nel corso del suo procedere, rivela freddamente e spassionatamente a ciascuno la maschera che egli porta.
Sentivo che tutta la mia vita era trascorsa senza senso né scopo, come un’ombra smarrita, come le ombre tremolanti sulla parete del hammam
Il tuo dolore è tanto profondo che si è installato nelle profondità dei tuoi occhi... se piangi le lacrime sgorgheranno dalla profondità dei tuoi occhi o non verranno affatto”
Sei uno sciocco. Perché non poni termine alla tua esistenza, qui, subito? Che aspetti? In che cosa speri ancora? Hai dimenticato la bottiglia di vino nel ripostiglio? Un sorso, ed è la fine di tutto... Sciocco!... Sei uno sciocco!... È come se parlassi al vento!”.
Di solito si ride di un comportamento volgare e stupido, ma questo mio riso aveva un motivo più profondo. Questa grande stupidità era legata a tutte le altre cose del mondo che non si possono afferrare, che sono difficili da comprendere. Ciò che si perde nelle tenebre della notte non è che un gesto sovrumano della morte.
Il vecchio con i suoi malanni, con le sventure quasi incrostate addosso e con la miseria che promanava da tutta la sua persona era, probabilmente a sua insaputa, una specie di semidio che con la sua esposizione sulla stuoia sporca davanti a sé offriva un campione e un’incarnazione dell’intero creato.
Senza alcun motivo, mi levai a sedere sul letto, mormorando a me stesso: “Questo passa ogni limite... Non posso più sopportarlo...”. Quindi m’interruppi bruscamente. Dopo poco ripresi ancora lentamente e distintamente, con tono ironico: “Questo passa...”. Tacqui, poi aggiunsi: “Sono uno sciocco”.
Mi chiesi soltanto se sapesse che stavo morendo per causa sua. Se lo sapeva, sarei morto perfettamente felice.
Non so come, mi venne alla mente il pensiero della pecora esposta sulla porta della macelleria. Ella mi apparve proprio come un grosso pezzo di carne disossata, e tutto il suo fascino ammaliante di allora era scomparso. Era divenuta una donna concreta, appesantita e truccata, che pensa alla vita... una vera donna! La mia donna!
Compresi con terrore che mia moglie era adesso adulta, mentre io ero rimasto bambino
Pare che io abbia dimenticato come si parla alla gente di questo mondo, alla gente che vive.
Varie volte pensai di alzarmi e di andare da lei per gettarmi ai suoi piedi, piangendo e implorando perdono. Sì, piangendo; perché pensavo che se soltanto avessi potuto piangere avrei sentito sollievo.
Ero quasi impazzito e traevo un dolce piacere dal dolore che provavo. Era un piacere che trascendeva l’esperienza umana, il piacere che solo io ero capace di sentire e del quale gli stessi dèi, se esistevano, non potevano aver provato l’uguale. In quel momento mi resi conto della mia superiorità. Sentii la mia superiorità sulla marmaglia, sulla natura e sugli dèi – gli dèi, questo prodotto della libidine degli uomini. Mi ero trasformato in un dio. Ero più grande di Dio e sentivo dentro di me l’eterno, infinito fluire...
Mi pareva che il suono del suo vero nome avesse un timbro particolare, e intanto nel mio cuore, nel profondo del cuore, dicevo: “Sgualdrina... Sgualdrina!”. Le baciai le gambe: la pelle aveva il sapore del gambo del cetriolo, vagamente acre e amara. Piansi e piansi. Non so quanto tempo trascorresse così. Quando tornai in me, ella se n’era andata. Può darsi che quell’intervallo nel quale avevo provato tutti i piaceri, le dolcezze e il dolore di cui la natura dell’uomo è capace, non fosse durato più di un minuto. Ero solo, nella stessa posizione di quando sedevo accanto al braciere con la mia pipa da oppio, presso la lampada a olio fumosa, simile al vecchio rivendugliolo dietro la sua mercanzia.
Il mio viso aveva una naturale disposizione alle espressioni comiche e orribili. Mi accorsi che questo mi permetteva di vedere con i miei occhi tutte le forme torbide, tutte le immagini comiche, orribili, incredibili, che fermentavano nei recessi della mia mente. Mi erano tutte familiari, le sentivo dentro di me, ma egualmente mi davano l’impressione di essere comiche. Tutti questi volti distorti esistevano dentro di me e facevano parte di me: maschere orribili, criminali, assurde, che potevano mutare con un solo movimento della punta delle dita.
Che cos’è l’amore? Per la marmaglia è un atto osceno, carnale, passeggero. Le canaglie devono esprimere il proprio amore in canzoni lascive, in atti osceni e nelle frasi sciocche che ripetono continuamente, siano o no ubriachi: “Spingere nella melma la zampa dell’asino”, “Mettersi la terra sul bernoccolo” e così via. Per mia moglie, l’amore aveva un significato diverso che per me.
Era una di quelle facce turcomanne senz’anima, apatiche, modellata per la lotta con la vita, di chi considera ogni azione lecita al fine di assicurarsi la sopravvivenza. La natura era stata previdente. I loro antenati erano vissuti esposti al sole e alla pioggia, combattendo incessantemente contro tutto quanto li circondava, e non soltanto avevano trasmesso loro volti e caratteri modificati in conseguenza, ma avevano lasciato in eredità una parte della tenacia, della sensualità, dell’avidità e della fame loro propria. Ricordavo il sapore delle sue labbra, leggermente amaro, come quello del gambo del cetriolo.
mi guardò con i suoi grandi occhi turcomanni, e disse: “Secondo Shajun, il dottore ha detto che stai per morire, e per noi sarà una bella liberazione. Come muore la gente?”.
Risposi: “Dille che sono morto da molto tempo”.
Compresi in quel momento che ero divenuto un piccolo dio. Avevo trasceso i bisogni meschini, miserabili dell’umanità e sentivo dentro di me il fluire dell’eternità. Che cos’è l’eternità? Per me l’eternità significava giocare a nascondersi con la sgualdrina sulle rive del Suran, chiudere gli occhi un attimo e nascondere il viso nella veste di lei.
Ero divenuto simile a una civetta, ma le grida mi restavano in gola e le emettevo in forma di grumi di sangue.
La strinsi? No, balzai su lei come una bestia selvaggia e affamata, e nel fondo del cuore provavo disgusto di lei. Per me amore e odio erano gemelli. Il suo corpo fresco, pallido come la luce lunare, il corpo di mia moglie, si aprì e si richiuse su di me come un cobra si avvolge intorno alla preda. Il profumo del suo seno mi fece girare la testa, la carne del braccio che mi circondava il collo era morbida e calda. Desiderai che la mia vita potesse finire in quell’istante, perché l’odio, il rancore che sentivo per lei erano svaniti, e tentavo di trattenere le lacrime.
il giornale, le automobili, gli aeroplani, la ferrovia sono le maledizioni di questo secolo, soprattutto l’automobile che con clacson e polvere diffonde lo spirito dell’apprendistaautista fin nelle più remote contrade. Si spingono ovunque idee di nuovo conio e di bassa lega, gusti distorti e folli, scimmiottature cretine d’ogni sorta!”.
Provai tutto quello che considerano piacere e capii che i piaceri degli altri non sono fatti per me. Sempre e dovunque sentivo di essere un estraneo. Non stabilivo alcun rapporto con chi mi era accanto. In realtà non potevo adattarmi alla vita degli altri. Mi dicevo sempre: un giorno fuggirò dalla comunità a isolarmi in qualche villaggio o luogo sperduto. D’altro canto, temevo di fare del mio isolamento un gesto di esibizione su cui si potesse speculare. Non volevo essere né condannato né imitato da nessuno.
Sono veramente nato pigro. Il lavoro, lo sforzo, è proprio della gente vuota. Con questi mezzi vogliono riempire il vuoto che sentono dentro di loro. Marmaglia, miserabili nati sotto un cavolo!
se si esamina attentamente la famiglia di qualsiasi eccellenza o eminenza, si scopre che due o tre generazioni prima erano ladri, briganti, o buffoni di corte o usurai
Quello che è certo è che io non sono nato per lavorare. Solo i nuovi arrivati, e non ne fanno certo mistero, possono volersi mettere in mostra in questo ambiente, una società che hanno studiato secondo il loro gusto, la loro cupidigia, la loro lascivia. Persino nei minimi atti quotidiani bisogna inghiottire come pillole le loro leggi oppressive e la loro untuosità. E questa prigionia che hanno chiamato lavoro! E lo si deve mendicare da loro il diritto alla sopravvivenza! Un diritto che in questo ambiente può essere solo di una congrega di ladri, idioti svergognati e sgraziati, e a chi non è ladro, vile e adulatore viene detto: ‘Non sei degno di vivere!’.
La stanchezza dei miei padri si era accumulata in me, e allo stesso tempo sentivo nostalgia di quel passato. Come certe bestie d’inverno, avevo bisogno di infilarmi in un buco, per immergermi nella mia oscurità e ritrovarmi in me stesso.
come una fotografia si sviluppa sulla piastra nella camera oscura, così è soltanto nel silenzio e nel buio che può apparire all’uomo nobile e delicato ciò che viene nascosto, soffocato, dalla corsa affannosa della vita, dal chiasso, dalla luce.
questa oscurità io la sentivo dentro di me. Stupidamente mi sforzavo di eliminarla. Quanto rimpiango il tempo sprecato cercando invano di seguire gli altri! Poi ho capito che proprio questa oscurità, questo silenzio costituivano la parte più preziosa di me
Ma tutti cercano di fuggire questo buio, questo isolamento, di tapparsi vilmente le orecchie di fronte alla voce della morte, di annientare, cancellare la nostra stessa individualità nelle urla, nel frastuono, nello scompiglio della vita.
Le frasi tanto brillanti e tanto vuote degli intellettuali mi fanno ribrezzo e la mia individualità non voglio perderla dietro alle sporche esigenze di questa vita organizzata e amministrata secondo le brame di stupidi ladri, contrabbandieri, creature adoratrici dell’oro.
Il sole rende tutte le cose vanitose e ordinarie. L’origine della bellezza è nella paura e nell’oscurità; un gatto alla luce del giorno è una bestia qualsiasi, ma di notte, al buio, i suoi occhi scintillano, il pelo risplende, i suoi movimenti divengono arcani.
La luce desta e mette in stato d’allerta tutti i viventi. È nell’oscurità e nella notte che ogni vita e anche le cose più banali assumono forme misteriose e tutte le paure sepolte tornano alla superficie. Nel buio l’uomo dorme ma sente, l’essere è sveglio e la vera vita comincia proprio allora e l’uomo, tralasciate le basse esigenze, percorre le regioni dello spirito e riporta alla memoria fatti di cui mai era stato cosciente”.
“Chiunque, di qualsiasi cosa parli, parla sempre di se stesso. L’unica realtà esistente per ognuno è proprio se stesso. Non facciamo altro che parlare di noi stessi, anche senza volerlo. Persino su argomenti estranei, esprimiamo i nostri sentimenti e le nostre considerazioni in lingua d’altri. La cosa più difficile è che qualcuno possa davvero dire ciò che è.”
“Lo stato che lei cerca è lo stato del feto, che nel ventre materno, senza affanni, conflitti né lusinghe se ne sta raggomitolato fra pareti rosse, calde e morbide. Sorbisce lentamente la linfa materna e ogni suo desiderio e bisogno viene immediatamente soddisfatto. Questa è proprio la nostalgia del paradiso perduto che esiste nel profondo dell’essere di ogni uomo. E il vivere in se stessi, dentro se stessi non è forse una specie di morte volontaria?”.
La lampada bruciava ancora sul tavolo, vidi il mio ospite, con il pigiama rosato, le mani davanti al viso, le gambe rannicchiate contro il petto. Stava sdraiato sul letto come un bambino nell’utero della madre. Mi avvicinai, lo presi per le spalle e lo scossi; era proprio rimasto secco in quella posizione. Spaventato, uscii precipitosamente da quella stanza e mi diressi verso l’autorimessa; non volevo perdere l’auto. S’era forse svuotata la sua borsa, come aveva detto? O aveva finito con l’aver paura di questa solitudine che lodava, per cui aveva voluto che ci fosse qualcuno vicino a lui almeno l’ultima notte? Forse quest’uomo aveva realmente raggiunto la felicità, e voleva conservarla per sempre in quella sua stanza ideale.
La pioggia smorzava i rumori esterni, li annullava all’istante.
Non mi vedeva, il suo sguardo mi attraversava come se fossi stato un vetro.
Il Gran Maestro, sorridente, circondato dagli alti dignitari, le sussurrò all’orecchio: “Oh, dolce Sampangé, vieni finalmente fra noi! Ti proteggeremo. Sarai la benvenuta, da noi. Tu non sei più di questo mondo”.
Andare a vivere fra questi esseri eterei, inebriarsi del profumo dei fiori e così finirla con gli incubi della sua esistenza!
Nel mondo esistono posti particolari per il divertimento e la bella vita, mentre invece di miseria e disgrazie se ne trova dappertutto. Quei posti particolari sono per gente particolare. L’anno scorso, per alcuni giorni, feci il cameriere al Café Giti, aveva clienti grossi che spendevano denaro facile. L’auto, il posto per parcheggiarla, belle donne, alcolici squisiti, letti soffici, stanze calde, ricordi piacevoli... Tutto pronto per loro. Appartiene a loro, resta attaccato a loro dovunque vadano.
Noi, se per un giorno non lavorassimo, dovremmo metter la testa sul cuscino a pancia vuota. Loro, pur di non passare una sola notte senza divertirsi, manderebbero all’aria il mondo!
Perché mai gli uomini sono così egoisti? Non appena la loro situazione migliora, si dimenticano quel che erano prima!
.jpeg)